La Formula 1 non è certamente luogo o meglio un campionato dove è presente in maniera evidente la classe, intesa come portamento. Ci sono stati campioni e non che hanno dimostrato di essere persone di classe, appartenenti ad un’ élite sociale, capaci poi di riportarla anche all’interno del paddock con indosso una tuta ignifuga. Uno dei maggiori esempi è indubbiamente Clay Regazzoni.
Scrivere di Clay oggi fa effetto. In questa giornata ricorrono infatti i 40 anni dall’incidente di Long Beach, colui che mise la parola fine sulla prima vita di Regazzoni. Infatti la conseguenza di quel terribile schianto fu la perdita della mobilità delle gambe, peggiorata ulteriormente a causa di un intervento che si dichiarò essere risolutivo ma che invece peggiorò la già critica condizione del pilota svizzero.
Sulla vita agonistica di Clay si è scritto e detto già molto, non sono di certo io la persona più indicata per aggiungere altro in merito. Riporto alcuni highlights giusto per far capire di chi si sta parlando : debutto in F1, dopo aver vinto il campionato europeo di F2, al volante della Ferrari. Vincitore lo stesso anno (1970) del primo dei suoi cinque gran premi in carriera a Monza, vittoria che lo fece entrare nel cuore del tifo rosso. A quella vittoria ne seguirono altre 3 vestito della tuta Ferrari (Germania 74, Italia 75 ed Usa 76) l’ultima vittoria in carriera fu anche la prima della Williams nel Gp di Gran Bretagna 1979.
Clay non era dotato del talento di Lauda ciò nonostante riuscì a sfiorare la vittoria nella corsa al titolo nel 1974, anno prima dell’approdo di Niki a Maranello. Un campionato segnato da soli 3 ritiri e da piazzamenti sul podio ed in zona punti. La gara che gli fu fatale per la vittoria del campionato fu l’ultima che si correva sul circuito di Watkins Glen nella quale arrivò 11esimo. Il suo rivale in campionato era Emerson Fittipaldi che giunse quarto al traguardo guadagnando tre punti, pochi ma necessari per fargli vincere il secondo ed ultimo titolo iridato della carriera.
Dopo il ritiro ebbe inizio la sua seconda vita, indissolubilmente legata al mondo dei motori. L’impedimento fisico non fu di intralcio al pilota ticinese che continuò a correre in alcuni rally grazie all’ausilio di comandi al volante. La nuova carriera, anche quella per la quale la maggior parte della gente non appassionata lo ricorda, fu legata al suo ruolo di commentatore sportivo per la tv della Svizzera italiana e per la Rai.
E’ stato il principale promotore dell’inserimento dei disabili nel mondo dello sport, tant’è che fondò nel 1993, con l’aiuto di Luca Pancalli, la FISAPS (Federazione Italiana Sportiva Automobilismo Patenti Speciali).
La morte è sopraggiunta a causa di un incidente stradale sull’autostrada A1 all’altezza dello svincolo di Fontevivo. La causa fu inizialmente imputata ad un malore che l’autopsia smentì. Morì all’età di 67 anni.
Il mio personale ricordo oltre che derivante dai documentari e dalle trasmissioni televisive dove interveniva come opinionista era legato alla sua attività di commentatore tecnico. La voce pacata dal tono tipicamente svizzero, quei baffi unici e quel sorriso di chi è riuscito ad uscire vincitore da numerose battaglie grazie allo spirito combattivo unito all’animo gentile.
Clay resta vivo nella memoria in quanto è stato sì un gran pilota ma soprattutto un campione di vita.

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