…Perchè le Leggende non muoiono mai…

Non avrei mai immaginato di aprire una nuova rubrica dedicata a tutto quello che non sono i motori con un articolo di questo tipo.

E’ difficile riportare a parole quello che Kobe Bryant ha saputo significare per la mia vita. Può apparire forzato, a tratti quasi sacrilego, accostare la sua perdita a quella di un parente stretto ma le sensazioni, almeno per questi giorni, nella mia testa sono state queste.

Ero a casa, stavo mangiando con la mia famiglia quando un mio amico mi manda su WhatsApp uno screen che riportava ad un tweet del Daily Mail che parlava di un incidente in elicottero nella quale era coinvolto Kobe.

Mi si è gelato il sangue. Ho pensato come tutti che si trattasse di una fake news, perlomeno in cuor mio speravo fosse così. Da li a poco tutti i principali giornali online hanno battuto la notizia e allora ho capito che purtroppo era tutto vero.

Kobe non era semplicemente un giocatore di pallacanestro, era molto di più. Trascendeva l’icona sportiva in quanto era una persona che, una volta appese le scarpe al chiodo, ha saputo dare la giusta importanza alla vita.

Aveva appena cominciato a godersela quella vita, tutta nuova per lui, lontano dalla sua più grande ossessione ovvero quel basket che gli aveva dato tutto e che lui aveva ripagato andando oltre i propri limiti.

Nei suoi progetti c’erano una carriera da scrittore e produttore, proprio grazie a questa nuova passione era persino riuscito a vincere un Oscar con il suo primo cortometraggio, ovviamente dedicato al suo basket che aveva saputo traslare in una chiave adatta a tutti : l’animazione.

Anche in questo campo, per molti considerato difficile, aveva dimostrato che con la forza di volontà, ed anche un pizzico di talento, si poteva andare lontano, molto lontano. Quella forza di volontà-dedizione-ossessione che lui definiva Mamba Mentality.

Questo termine usato, anche al di fuori del campo da gioco, per testimoniare un impegno ed una perseveranza al di fuori del comune per una singola attività, una sorta di missione. Nella storia dello sport sono stati e sono tuttora pochissimi i campioni devoti in maniera così intensa alla loro professione. Lui ha saputo cambiare anche i canoni dell’atleta professionista.

Kobe è stato un Generation Player un giocatore che ha segnato forse 3 generazioni. Io quando ho iniziato ad innamorami del Gioco avevo come punto di riferimento lui e quello che lui voleva a tutti i costi battere al fine di sentirsi il più grande ovvero quel 23 che lo spinse a prendere il 24 perché “E’ il numero dopo quello di Jordan” io vengo dopo MJ e devo passare alla storia come un giocatore migliore di lui.

Ai miei occhi ci è andato vicino perché per me Jordan è inavvicinabile per chiunque, LeBron compreso. Queste sono mie considerazioni basate sul mio modo di vivere la pallacanestro e la NBA.

Una volta ritiratosi si era impegnato anima e corpo nel far si che il basket femminile avesse il proprio posto all’interno del panorama cestistico mondiale. Ci stava riuscendo alla grande! Era persino diventato allenatore (un’ ipotesi che non aveva mai preso in considerazione) e tutto questo perché aveva visto in Gianna meglio conosciuta come GiGi il suo stesso fuoco.

Voglio immaginarvi abbracciati come nelle foto presenti in rete, come Padre e Figlia.

R.I.P.

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